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PICCOLO DECALOGO PER PERSONE ATASSICHE

A cura del Prof. C. Perfetti

 

 

Non è sufficiente  muoversi, occorre  muoversi per  sentire.

 

Non sono utili movimenti che richiedono tanta forza o spostamenti  ampi e veloci.

Il movimento  serve per conoscere sé stessi e il mondo.

Il cervelletto si attiva sopratutto quando devi muoverti per riconoscere, quindi allenati a sentire.

Quanto più il sentire richiede attenzione tanto più è interessato il cervelletto. Dedica sempre la massima attenzione, magari chiudendo gli occhi, a percepire i movimenti che fai, il contatto con gli oggetti e, soprattutto, sforzati di riconoscere il loro peso. 

Anche il tuo corpo e le sue parti hanno un peso.

Allenati a sentire il peso del tuo  braccio, della tua gamba, del tuo tronco e di tutto il tuo corpo quando stai seduto e in piedi. Prova ad esempio a sentire se è distribuito simmetricamente tra la parte destra e la sinistra o anche a sentire come varia il peso durante i diversi movimenti.

Può essere utile anche farti muovere da qualcuno, purché tu usi 

il cervello per sentire, a occhi chiusi, come viene mosso il tuo

corpo  e le caratteristiche degli oggetti con quali entri in

contatto.

Prima di iniziare a muoverti, prova a pensare al movimento che hai intenzione di fare e a cosa farà il tuo corpo. Prova a indovinare quali informazioni pensi che riceverai dal corpo stesso e dagli oggetti con i  quali hai intenzione di entrare in contatto.

Dopo esserti mosso prova  poi a pensare  se quello che hai       sentito corrisponde a quello che credevi di sentire.

      Se ci riesci, prova a immaginare di sentire il tuo corpo che si muove.

 

Non ti preoccupare se seguendo queste regole all’inizio sarai costretto a muoverti più lentamente. Imparerai però a controllare meglio i tuoi movimenti e poi potrai anche divenire più veloce.

 

 

 

L.B.: Salve Professore, Qual è  significato può avere, secondo lei, la riabilitazione nelle persone atassiche?

C.P.:  L’intervento riabilitativo  in alcuni casi riveste un valore determinante come ad esempio nelle lesioni acquisite del cervelletto, in altri casi ha un valore temporaneo, sclerosi in placche, più spesso comunque è in rapporto stretto con la natura della patologia e con la sua evoluzione.

I risultati del trattamento riabilitativo sono stati, di solito, poco brillanti perché spesso  l’intervento riabilitativo viene identificato con il raggiungimento del rinforzo muscolare o con la attivazione di risposte da evocate per via riflessa, al di fuori della attenzione e delle capacità cognitive del paziente.

Risultati altrettanto scadenti si sono ottenuti anche quando il riabilitatore ha fatto ricorso alla richiesta di esecuzione di movimenti della vita quotidiana, che secondo le sue ipotesi avrebbero chiamato in causa la funzione del cervelletto o quelle delle strutture neurologiche collegate.

 

L.R.: Che consigli darebbe ad un riabilitatore che volesse affrontare con efficacia il problema ?

C.P. : E’ quasi intuitivo che l’intervento deve sempre prendere le mosse dalla interpretazione della patologia e cioè che il riabilitatore deve sempre conoscere, o almeno avere delle ipotesi ben fondate sulle operazioni svolte dalla struttura lesa e sul motivo per cui una alterazione di queste può condurre ai disturbi evidenziati, che rappresentano l’oggetto della condotta riabilitativa.

E’ evidente pertanto che il compito del riabilitatore risulta estremamente difficile quando si accompagna alla carenza o alla imprecisione dei dati messi a sua disposizione da parte di altri studiosi, o alla loro mancata conoscenza ed elaborazione.

Particolare interesse rivestono le ricerche del neuroscienziato, cioè del ricercatore che si occupa delle attività  del sistema nervoso  a tutti i livelli ed in particolare del neurofisiologo che è lo studioso che studia il funzionamento delle varie strutture del sistema nervoso centrale nella elaborazione del comportamento.

Il primo consiglio pertanto è quello di fare sempre riferimento ai ricercatori di base, cioè agli studiosi delle neuroscienze per riuscire a capire meglio il senso della patologia per la quale deve elaborare esercitazioni terapeutiche.

 

L.B. Spesso, però, le premesse teoriche vengono modificate proprio dagli stessi ricercatori, allora?

C.P.: Nel caso che il neuroscienziato riesca ad avanzare ipotesi più perfezionate di quelle sinora adottate, il compito del riabilitatore consiste nel metterle alla prova sul campo, cioè nella pratica.

Un esempio significativo a questo proposito può essere offerto dallo studio del cervelletto, la cui patologia riveste fondamentale importanza nella insorgenza di numerosi quadri atassici.

Da più di un secolo il neurologo aveva osservato che pazienti con lesioni al cervelletto camminano sbandando e sono incapaci di eseguire semplici movimenti come toccarsi con un dito la punta del naso. Si era giunti alla convinzione, pertanto, che la funzione del cervelletto fosse solo quella di aiutare il cervello a coordinare i movimenti.

Questo modo di vedere, sostenuto dalla maggior parte dei lavori condotti sia sull’animale che sull’uomo, è stato però messo in discussione nell’ultimo decennio da un notevole numero di ricercatori per il quali il cervelletto, non può essere ritenuto soltanto una “scatola” specializzata nel controllo della fluidità del movimento, che sarebbe elaborato dalle altre strutture neurologiche, ma collabora in maniera specifica a molte funzioni del cervello, compresa la più importante rappresentata dalla “cognizione”, cioè dalla capacità di interagire con la realtà per dare un senso al mondo. E’ chiaro che all’interno della cognizione trova posto anche la capacità di muoversi. E’ infatti attraverso il movimento che il soggetto può entrare in rapporto con gli oggetti del mondo per elaborare informazioni significative in maniera di  dare loro significato.

Secondo recenti ricerche il cervelletto sarebbe pertanto una struttura cognitiva e non solamente una struttura motoria.

Questo nuovo orientamento è derivato

-da studi neuro-anatomici che rivelano numerosi collegamenti fra il cervelletto e le aree più complesse del cervello,

-da osservazioni clinico sperimentali che dimostrano che pazienti con lesioni cerebellari svolgono in maniera inadeguata anche compiti non motori,

-da indagini di neuro-imaging, cioè di particolari analisi radiologiche del cervelletto effettuate su soggetti umani mentre svolgono movimenti di diverso tipo.

 

Circa dieci anni or sono il fisiologo francese Decety ha mostrato come alcune importanti aree del cervelletto si attivassero intensamente anche se il soggetto non si muoveva, ma solo immaginava di muoversi.

Altri autori hanno poi dimostrato che il cervelletto si attiva durante compiti puramente cognitivi, come per esempio la produzione di verbi, nei quali una persona, cui era mostrato un nome, doveva produrre il verbo corrispondente ("mangiare" se la parola indicata era "mela"). Il cervelletto era invece meno attivo, se al soggetto era richiesto semplicemente di ripetere il verbo richiesto, cosa che dimostra che il solo movimento delle labbra, richiesto dalla ripetizione, non è sufficiente per attivare il cervelletto, ma occorre anche che la prestazione motoria sia associata alla presenza di un problema.

Quasi tutti gli studi hanno evidenziato poi la necessità della presenza di un problema percettivo per la attivazione del cervelletto. Nel 1994 Kim e i suoi collaboratori hanno dimostrato che la soluzione di un rompicapo per il quale veniva usata una tavola su cui erano inseriti dei pioli che il soggetto doveva spostare provocava un'attivazione cerebellare di gran lunga maggiore rispetto al semplice spostamento dei pioli stessi sulla tavola. nel caso che non corrispondeva alla soluzione di un problema.

I movimenti erano simili nei due casi, ma il cervelletto si attivava molto di più se era presente il compito cognitivo.

 

L.B. E questo sconvolgimento cosa può determinare sul piano pratico? C.P.: Di fronte a questo radicale rovesciamento del paradigma di studio del cervelletto il riabilitatore non può continuare ad attuare nel trattamento della atassia cerebellare le  condotte alle quali faceva ricorso precedentemente, che tra l’altro danno ben pochi risultati.

E’ evidente che, se il cervelletto è una struttura che agisce sul movimento solo in determinate situazioni, può essere più significativo ricorrere a queste in maniera programmata in relazione alla patologia del malato.

Questo approccio risulta indispensabile nel caso che  si ritenga che lo scopo dell’esercizio non sia quello di rinforzare alcuni muscoli o di far muovere genericamente il paziente atassico, ma quello di determinare la attivazione dei processi nei quali questa struttura è coinvolta con la speranza di recuperare la sua funzione.

Occorre cioè aver presente che la contrazione muscolare di per sé non ha alcun valore, che per chiamare in causa il cervelletto è indispensabile che la contrazione muscolare sia collegata ad un problema motorio, più specificamente alla presa di informazioni. Sarà anche importante che il movimento richieda la elaborazione di una immagine motoria nella quale è ampiamente coinvolto il cervelletto e così via sostituendo al vecchio armamentario chinesiologico una serie di strumenti cognitivi quale la percezione, la soluzione di problemi, la rappresentazione motoria e così via.

 

L:B: : E’ evidente che secondo Lei il compito del riabilitatore comporta  una preparazione adeguata, concretamente cosa potremmo fare per  avere sul campo miglioramenti significativi?

C.P.: Il caso del cervelletto rappresenta ovviamente solo di un esemplificazione. Può rivestire però una notevole importanza per quanto riguarda le proposte pratiche di impegno:

 

- Una riabilitazione seriamente condotta non può prescindere da uno studio, altrettanto seriamente condotto, tale da permettere una sodisfacente interpretazione della patologia oggetto di trattamento. Questo può derivare solo dalla collaborazione tra il riabilitatore e il neuroscienziato. E’ necessario quindi facilitare questo incontro attualmente assai sporadico.

Si può proporre :

- Un centro di coordinamento che si occupi della raccolta di documentazione di ogni tipo, bibliografia, centri di studio e loro programmi, in maniera da facilitare  chi ha intenzione di affrontare l’argomento con la dovuta attenzione il tutto rivolto specificamente al momento riabilitativo.

- Organizzazione  di gruppi di studio dedicati all’approfondimento di tematiche riabilitative legate alle sindromi  atassiche (ne esiste già uno sulla patologia cerebellare operante in Toscana  e ha già preso rapporto con la Vostra Associazione) e stimolazione di occasioni di confronto tra di loro.

-  Proposte di Borse di studio per terapisti e per medici che si dedichino all'argomento.

- Stimolare collegamenti anche attraverso strumenti via internet tra studiosi della riabilitazione

-         Potenziamento della rivista.

L.R. : Grazie.   (!!!!!!)

(Laura Baldisserotto Vitella)