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Lenòr - L’amore per Napoli uccide

Musical Drama in due atti di Bologna & Buonomo – Musica di Fulvio Bologna

Primo atto

I Pimentel Fonseca, costretti a lasciare Roma a motivo dei contrasti sorti tra il Portogallo - loro patria d’origine – e la Santa Sede, pur tra mille dubbi, scelgono Napoli come nuova residenza.

La città, se subito affascina la giovane Lenòr, spaventa i suoi genitori; lo spaesato terzetto s’imbatte infatti in un gruppo di lazzari della Vicaria, guidati dal fascinoso Aniello, il quale non nasconde la sua attrazione per la bella marchesina. Quest’ultima – allevata nelle idee liberali di Voltaire – non ha difficoltà a reciprocare questa simpatia che, già da subito, sembra assumere l’intensità di un vero sentimento.

Ma i genitori pensano a un altro destino per Lenòr: la introducono infatti in società, e, nel corso di un piccolo ricevimento, la presentano al barone Ruggero Firpo, a Margherita, sua amante, e all’intellettuale Emanuele de Deo, capo segreto dei giacobini napoletani.

Firpo – giacobino anche lui ma più per gioco che per convinzione – è in realtà nient’altro che un impenitente donnaiolo, subito affascinato da Lenòr. La sua opera di seduzione è interrotta però dall’irruzione, in casa Fonseca, del Duca d’Airola, capo della polizia borbonica, che fortemente sospetta di Firpo e de Deo quali capi della setta giacobina. Lenòr – per giovane che sia – trova tuttavia la forza di mettere alla porta il Duca. Costui, umiliato, aggiungerà a quello di una fanatica fedeltà al Trono e all’Altare, un motivo di personale avversione verso la donna.

Intanto, la felicità di Aniello e Lenòr conosce il suo breve momento: i due giovani, attraversata la Napoli povera e popolare - nella quale Lenòr s’imbatte, togliendola dalla strada e facendone la sua cameriera, la delicata Luisella: una ragazzina costretta dalla fame alla prostituzione - si giurano eterna fedeltà in un appassionato duetto d’amore,

Emanuele de Deo prova, nel frattempo, a coinvolgere il lazzari e lo stesso Aniello nell’insurrezione che i giacobini stanno organizzando contro la tirannia borbonica. Ma i lazzari – e Aniello con loro – ne irridono le astruse idee di libertà, rivendicando la loro fedeltà al Re. Si sentono – affermano – già del tutto e pienamente liberi.

Lenòr, sebbene straziata, deve intanto cedere alla richieste della sua famiglia che, ridotta quasi all’indigenza, decide di concederla in sposa al cavaliere Pasquale Tria. Costui, appena dopo le nozze, si rivela un uomo brutale e disamorato. Scialacqua la modesta dote della moglie con prostitute e nel gioco, per di più disinteressandosi alla creatura che pure è nata dall’infelice matrimonio. Il bambino, peraltro, è malato e mal curato. Firpo, intanto, ricomparendo nella vita di Lenòr e approfittando della sua infelicità, propone alla donna di fuggire con lui, lontano da Napoli. Ma Lenòr resiste: non può abbandonare il figlio malato e, comunque, afferma di amare ancora Aniello. Respinto, Firpo giura, in un drammatico soliloquio, una feroce vendetta nei confronti di Aniello pur di far sua Lenòr. Margherita, la sua donna, lo sente e comprende, disperata, di averlo perso per sempre.

Il figlio di Lenòr, intanto, muore prima di compiere un anno. In uno struggente finale d’atto la povera madre, dinanzi ad Aniello, Luisella e Margherita – divenuta intanto sua amica e confidente –canterà del bimbo, in un sublime epicedio, la poetica trasformazione in un angelo del cielo.

 

Secondo atto

 

Ruggero Firpo, in udienza presso il Duca di Airola, chiede al ministro borbonico di far uccidere Aniello. Il Duca vuole tuttavia conoscere il motivo di questo odio singolare. Quando Firpo gli accenna alla sua passione per Lenòr, Airola comprende di avere l’uomo in sua mano. Va bene: farà uccidere Aniello. Ma, in cambio, Firpo dovrà diventare una spia al soldo dei Borbone. Anzi: dovrà subito rivelargli se Emanuele de Deo sia effettivamente il capo della fazione giacobina. Firpo, dopo una breve esitazione, conferma la cosa. I due stringono allora il patto: Aniello morrà. A Lenòr non verrà tuttavia torto un capello, aggiunge il Duca, che in cuor suo è invece pronto a colpire anche la marchesina che sa molto vicina agli ambienti giacobini.

Lenòr è totalmente ignara di questi maneggi e, ormai separata dal marito, vive con la giovane servetta Luisella, cui vorrebbe insegnare a leggere e a scrivere, per iniziare così, in concreto, il suo laico apostolato di redenzione del popolo. Ma sebbene risulti un’allieva piuttosto difficile, la ragazza rivela un’insospettabile saggezza rivelando a Lenòr i motivi per cui la plebe napoletana si mostra tanto impermeabile a qualsiasi tentativo di redenzione morale e culturale.

Intanto il tradimento di Firpo va a buon fine: Emanuele de Deo è condotto sulla forca e giustiziato come giacobino dinanzi ai suoi compagni. Con parole nobilissime rigetta l’invito di Airola a pentirsi dei suoi peccati: muore da valoroso e da eroe, rivendicando, in piena coscienza, la nobiltà della sua causa.

Ma la grande storia si è messa in moto. Il generale francese Championnet ha sconfitto l’esercito borbonico a Capua e si avvicina a Napoli. Il re e la regina lasciano precipitosamente la città. I giacobini festeggiano e con loro Lenòr, Margherita e lo stesso Firpo, sebbene sia un traditore. Aniello invece - da lazzaro sentimentalmente legato al re – non condivide questo entusiasmo e ha anzi un violento scontro con la donna che pure ama.

Napoli intanto è in preda al disordine e all’anarchia: bande di lazzari e giacobini si fronteggiano nei giorni che precedono l’arrivo dei Francesi. Il Duca di Airola, rimasto in incognito a Napoli, decide che è questo il momento per colpire Lenòr. Rompendo il patto stretto con Firpo, fa arrestare la ragazza, che viene chiusa nel carcere della Vicaria. Davanti alle proteste di Firpo, lo rassicura, avvertendolo che è comunque pronto l’agguato contro l’odiato Aniello. Ma il lazzaro sa difendersi: sebbene disarmato, ha la meglio sugli sgherri di Airola, il quale comprende che un uomo così valido potrà tornargli assai utile quando sarà alle viste il ritorno dei Borbone. Con parole abili, convince Aniello a collaborare con la causa del Re. Gli dà anzi mano libera per quanto concerne Lenòr: potrà liberarla a suo piacimento dal carcere della Vicaria. Il lazzaro accetta la transazione. Firpo è stato giocato: quando chiederà ad Airola della sorte di Aniello, il Duca gli getterà in faccia un sovrano disinteresse per i suoi affari di cuore, che sono ben poca cosa dinanzi alla salvezza del Regno.

Gli avvenimenti incalzano: Aniello, aiutato dai suoi lazzari, libera Lenòr dal carcere della Vicaria ma le confessa di avere ora un nuovo padrone – il Duca di Airola - che rischia di tenerli per sempre lontani. Lenòr, sebbene libera, è disperata. La fida Luisella, allora, va in cerca di Aniello e, trovatolo, lo convince che un contrasto politico non può distruggere un amore così grande. Toccato nei suoi sentimenti, Aniello, si reca sotto il balcone di Lenòr e, di notte, intona una struggente serenata cui, alla fine, Lenòr stessa si unisce, suggellando così nuovamente il suo amore per l’affascinante lazzaro.

I francesi giungono intanto in città. La rivoluzione si compie nel sangue, osserva Margherita, contemplando i cadaveri che coprono le strade di Napoli. Ma la donna trova anche la forza di affrontare il suo ex amante Ruggero Firpo, di cui ha scoperto la segreta intesa con il Duca di Airola. Firpo nega e anzi pretenderebbe, senza vergogna e solo per farsi bello agli occhi di Lenòr, di leggere il discorso con cui sarà proclamata la Repubblica. Ma Margherita si oppone: tocca a Lenòr leggere quel proclama. E così avviene, in un’atmosfera di generale commozione, appena intaccata da una minacciosa apostrofe del Duca di Airola che, rivendicando il suo disprezzo per la causa rivoluzionaria, promette, contro Lenòr in particolare, una prossima ed esemplare vendetta.

Quella proclamata è tuttavia una ben debole Repubblica: il generale francese Championnet, parlando al popolo, lo tratta con l’albagia di un conquistatore che distribuisce elemosine, che pretende obbedienza e soprattutto denari per le truppe d’occupazione. Il popolo rumoreggia, comprendendo che, da una dominazione autoctona, rischia di cadere soggetto a una mano straniera. A nulla valgono i tentativi di Lenòr di educare il popolo attraverso il suo giornale – Il monitore napoletano- che, analfabeta com’è, la plebe di Napoli non può leggere.

Ma la catastrofe incombe: Aniello avverte Lenòr e Margherita che l’esercito della Santa Fede, guidato dal cardinale Fabrizio Ruffo, è ormai alle porte di Napoli e che i Francesi stanno già sgomberando la città. Esorta le due donne a fuggire. Ma entrambe, eroicamente, scelgono di andare incontro al loro destino.

Da questo punto in poi il dramma scivola velocemente verso la fatale e inevitabile conclusione: le truppe della Santa Fede irrompono in città e, in quest’atmosfera di rimpianto per quanto non è stato, si compirà il destino di tutti i protagonisti: Firpo, Aniello, Margherita Solo Lenòr, salendo sulla forca, saprà trovare le parole adatte a lasciare in retaggio a Napoli una speranza, per quanto lontana, di redenzione.



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